Archive for the 'LIBRI' Category

Il terzo luogo su Nazione Indiana

Riportiamo qui di seguito l’articolopubblicato il 5 dicembre sul blog letterario NAZIONE INDIANA (www.nazioneindiana.com), con un grazie all’amico FRANCESCO FORLANI

Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Il Terzo Luogo – Sarzana)

Questionario Librerie Indipendenti: risponde la libraia Chiara Lasagni della Terzo Luogo di Sarzana.
A cura di effeffe1

Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va

“Il terzo luogo” è una libreria generalista che si trova nel centro storico di Sarzana, in Lunigiana, nata nel marzo del 2010. Spiegare perché l’abbiamo chiamata così ha spesso costituito il modo più immediato per presentare la nostra libreria, o meglio, l’idea originaria di libreria che ci ha guidati nell’aprire questa. Il suo nome si rifà al concetto di third place formulato da Ray Oldenburg nel saggio The Great Good Place, dove l’autore, com’è noto, individuava per le nostre esistenze tre diversi “luoghi”, valorizzando i “terzi luoghi” come gli spazi della socialità, della crescita civile, della partecipazione e condivisione democratica, e differenziandoli così dal “primo luogo”, ossia la casa, l’ambiente famigliare, e dal “secondo luogo”, ossia il contesto lavorativo. La nozione di third place è stata variamente applicata a enti di diversa natura, anche commerciali − come appunto una libreria −, ma accomunati dalla capacità di offrire spazi di socialità e condivisione.


Quando abbiamo concepito l’idea di aprire questa libreria, siamo partiti dall’analisi di tutte le nostre debolezze e abbiamo pensato a quali potessero essere le caratteristiche da ricercare per poter, non dico risolvere, ma quantomeno tamponare queste possibili falle. Privi di una storia e privi di forza contrattuale, ci siamo detti che il modo migliore per guadagnarci un posto al sole dovesse essere quello di fare di essa un luogo in cui poter passare del tempo, in cui la scelta e l’acquisto di un libro potesse essere una pratica slow: un luogo di “libri e incontri” (questo è il sottotitolo che campeggia sulla nostra insegna), intendendo questi ultimi non tanto in riferimento alle presentazioni di autori, ma in primo luogo all’incontro tra le persone insieme ai libri.
Il terzo luogo è una libreria particolare, anzitutto sotto un profilo visivo, o se si vuole estetico. Pur cercando di seguire le regole del buon senso gestionale nella sistemazione ed esposizione dei libri, non ci siamo arresi alla funzionalità, che spesso significa omologazione e anonimato, ma ci siamo arresi solo a ciò che credevamo fosse “bello”. Una volta ci hanno simpaticamente detto che la nostra è una libreria anarchica; ma molte più volte ci è stato detto che da noi ci si sentiva bene, a casa. Forse un lampadario di vetro fucsia è meno professionale che un bel tubo di neon; forse spargere qua e là sedie imbottite in stile antico toglie spazio a quei bei cartonati con pila annessa dell’ultimo biblio-panettone in uscita a novembre; forse delle librerie di legno naturale, simili quelle che potremmo tenere nel nostro studio, o dei grandi tavoli di cartone stampati “stile Fornasetti” sono più difficili da gestire che degli efficienti ripiani modulari di ferro e fòrmica. Ma, accidenti!, sono tutte cose che lanciano messaggi di bellezza e accoglienza: e così, magari, potrà capitare anche che l’ultimo romanzo di Franzen, che sta nella nostra esattamente come in tutte le altre librerie, lo si venga a comprare proprio qui, al Terzo luogo, perché qui, banalmente, si sta bene.

Per fare della nostra libreria un “terzo luogo” abbiamo messo insieme tanti ingredienti. La stanza che ospita la sezione di cucina, viaggi, giardinaggio è di fatto quella che abbiamo chiamato “saletta lettura&caffé”, dove ci si può fermare a leggere o a chiacchierare con gli amici, dove si può prendere un caffé o un the, o si può studiare o navigare in internet, scambiare libri nell’angolo book-crossing. La stanzetta dei bambini ha una libreria di legno fatta a casa, un lampadario a forma di balena, sgabellini e libri per i più piccoli ad altezza dei più piccoli; quando ci sono bimbi che entrano in negozio annunciando compìti: «Vado nella “mia” stanza», la cosa ci fa molto piacere! Abbiamo lasciato inoltre due pareti libere, vicino alla sezione dell’arte, musica e cinema, per ospitare mostre; già un discreto numero di artisti ha esposto da noi, come AnonymousArt, Simona Lombardi, Beppe Mecconi, Beatrice Meoni e diversi altri. Gli spazi sono certo angusti e inusuali. Gli artisti si devono in parte adattare nella scelta dei formati e delle disposizioni; ma l’effetto è sempre stato molto stimolante, l’accostamento tra libri e opere carico di significato. È in questo contesto, ad esempio, che è “germogliato” (è il caso di dirlo) il progetto Talee di Beatrice Meoni, un’idea “per librai rizomatici”, come recitava il titolo di un post pubblicato sulla stessa Nazione Indiana (http://www.nazioneindiana.com/2010/08/12/talee-unidea-per-librai-rizomatici/), un’iniziativa che, nata qui a Sarzana nella sua forma base, è stata poi presentata al Pisa Book Festival del 2010 ed è diventata una mostra itinerante e una performance di lettura pubblica che ha coinvolto tante librerie indipendenti in tutta Italia, con soluzioni artistiche sempre diverse (vd. il sito di Beatrice Meoni )

Infine, ovviamente, ci sono tutte le iniziative che si possono organizzare in una libreria. Il lavoro è faticoso, ma abbiamo cercato di non abbassare mai la guardia su questo punto e di proporre sempre qualcosa di nuovo, di ricordare sempre ai lettori che “esistiamo anche noi” (per una libreria di nuova apertura non è cosa scontata), di presentarci come terzo luogo portatore di un’idea culturale. Abbiamo organizzato molti incontri con autori (e ricordiamo tra gli altri Fabio Geda, Davide Longo, Marco Malvaldi, Simone Perotti, Emiliano Poddi), non solo di narrativa, ma anche di saggistica. Abbiamo inventato “L’Aperilibro”, un aperitivo in libreria con i consigli del libraio. Abbiamo organizzato piccole maratone di lettura spontanea, coinvolgendo i nostri più affezionati lettori.

Certo che è dura, molto dura. Abbiamo lasciato la Torino dalle cento librerie per la provincia, dove ci sarebbero state più probabilità di non essere fagocitati in poco tempo, o di non riuscire a partire mai. Sarzana è un pezzo di provincia bello e interessante; è un microcosmo che va battuto palmo a palmo e che regala scoperte. Ci sono molti lettori di qualità (non solo “lettori forti”, che possono essere anche solo dei mangia best-sellers, ma “lettori dalle scelte forti”), e diverse iniziative culturali, tra cui, com’è noto, il Festival della Mente, che probabilmente varrà a Sarzana l’ingresso nel circuito delle Città del Libro, come avrebbe annunciato Rolando Picchioni in occasione dell’ultimo Salone del Libro di Torino. Però non siamo gli unici qui a Sarzana; e in fondo, pur potendo dire di essere decisamente riusciti a posizionarci, siamo il vaso di coccio tra una libreria che esiste da trent’anni ed una molto più giovane, ma di marchio Mondadori. Certo, siamo consapevoli che andare ad aprire una libreria in un posto che ne è sempre stato privo equivarrebbe a vendere i proverbiali frigoriferi al Polo Nord per aver intravisto le meravigliose opportunità di un mercato privo di concorrenza.

Anche detto questo, tuttavia, la posizione da vaso di coccio ancora rimane. E poi Sarzana è un piazza commerciale del tutto discontinua. Ci sono picchi rappresentati non solo dal Natale, ma anche dai giorni del Festival della Mente; ci sono momenti molto buoni, in cui Sarzana riceve continui flussi dalle vicine località della Liguria e della Toscana, come la stagione estiva e il periodo della Soffitta in Strada in particolare (noi stiamo in una delle vie degli antiquari e per l’intera la stagione chiudiamo tutti i giorni a mezzanotte). Ma ci sono anche momenti (ottobre-novembre e febbraio-marzo) in cui verrebbe quasi voglia di chiudere, se non fosse che tutto sembra sospeso, tranne l’affitto!

«Momenti belli tosti», ci chiede Francesco Forlani. Di momenti belli tosti ce ne sono continuamente e non dimentichiamoci che, per di più, siamo in un momento di totale depressione dei consumi, che i libri in Italia continuano a rimanere sconsideratamente cari (ma non ne si potrebbe calmierare i prezzi come beni di prima necessità?) e che in fondo, per quanto sia giusto − soprattutto per giovani librai come noi − continuare a ingegnarsi per migliorare la redditività della libreria e aumentarne i clienti, dobbiamo essere anche abbastanza consapevoli del fatto che questo è il momento della resistenza-resistenza-resistenza e che cavare il sangue dalle rape, o in altre parole, aspettarsi tanto dai clienti quando noi stessi abbiamo abbattuto tutti i nostri consumi, sarebbe un pensiero ingenuo.

Quando entri in una libreria (da lettore, cliente) cosa osservi? Che cosa attira la tua attenzione?

È difficile entrare in una libreria da semplice lettore adesso che ne abbiamo una, e certo le cose che si osservano sono molte e sono diverse da quelle che cercavamo tempo fa! Il primo particolare a cui guardiamo sono le vetrine; anzi, devo dire che spesso è la cosa su cui capita di soffermarsi di più. Le vetrine non possono raccogliere che una piccola parte dei libri esposti con evidenza all’interno; esse, quindi, hanno per la libreria la stessa funzione che un abstract ha per un articolo scientifico. M’interessa? Non m’interessa? Guardo la vetrina ed è lì che lo stabilisco. Una disposizione dei libri e un layout generale privo di qualunque guizzo di fantasia mi avverte di un possibile grigiore mentale del libraio. I ripiani foderati da moquettina beige, ispessita da uno strato di polvere trentennale mi preparerà alla scena di un negozio angusto, costituito al settanta percento da un magazzino inaccessibile, dove solo un libraio-Caronte, trincerato dietro al suo banco di legno, saprà trovare a memoria il libro che gli sto chiedendo. Una vetrina baluginante di luce e inutilmente spaziosa, dove, a discapito della possibilità di esporre molti titoli si preferisce ripeterne uno o due come un mantra consumistico (è uscito l’ultimo di Carofiglio, te lo metto a -25%, è uscito l’ultimo di Carofiglio, te lo metto a -25%, è uscito l’ultimo… ecc. ecc.), mi aprirà al meraviglioso mondo del Pensiero Unico; facendo lo slalom tra pile di novità e cartonati (attenzione al riflesso del neon sul pavimento lucido), si raggiungerà il banco unicamente per dire al ragazzotto che ci sta dietro (o al computer con annesso ragazzotto): «Senta, volevo solo avvisarla che Pensiero debole di Vattimo non sta nella psicologia e Hitler di Giuseppe Genna non sta nella storia»; il tizio ci risponderà: «Ah, io non lo so questo, però può avvertire gli addetti dei reparti». Noi dagli addetti non ci andremo, ma usciremo comunque dalla libreria soddisfatti della nostra piccola opera di disturbo no-global. Poi ci sono le librerie indipendenti che scimmiottano queste ultime e questo fatto, ancora una volta, lo vedi dalla vetrine. E lì ti viene un po’ di tristezza, ti viene voglia di entrare e di dire al libraio: «Ma tu sei consapevole che per Loro non sei importante, che la tua è una bottega? Lo sai che tu, lo sconto del 25% sul nuovo romanzo di Murakami non lo potrai fare mai e poi mai a meno di non volerlo cedere gratis ai tuoi clienti?».

Infine ci sono librerie con vetrine che non sono nulla di quello che ho descritto sino ad ora. Con vetrine che ci fanno dire «Sì, m’interessa». E a quel punto capita di prendere su il taccuino per segnarci titoli particolari che ci siamo persi: se li ha scelti questo libraio, che sembra proprio in gamba, dobbiamo ordinarli anche noi. Ultimamente c’è un’altra cosa che attira la nostra attenzione. Gli sconti. O meglio, il modo in cui le librerie di catena abbiano cercato di aggirare subito le maglie (non troppo strette) della Legge Levi sul prezzo del libro, entrata in vigore, com’è noto, a settembre.

I libri possono essere scontati al massimo del 15%: e allora giù vetrine e ripiani interi di titoli, tutti, ma proprio tutti scontati del 15%! La prima volta che abbiamo visto una cosa così (era una Feltrinelli) devo dire che è stato un pugno nello stomaco. Nessuno noi potrebbe riuscire a fare una cosa del genere, a meno di non richiedere allo Stato sussidi per librai filantropi e di non cercarci un secondo lavoro notturno. E poi ci sono le campagne (25% per un mese al massimo per singole collane o edizioni) e teoricamente a queste dovrebbero poter aderire tutti, belli e brutti. E invece abbiamo ben visto come il 19 ottobre di quest’anno, all’uscita del romanzo Il silenzio dell’onda di Carofiglio, a poco tempo dall’entrata in vigore della Legge Levi, l’editore Rizzoli abbia prontamente trovato il modo di “gabbare lo santo”, non solo applicando un ribasso del 25% a un unico titolo di nuova pubblicazione (questa non è una campagna!), ma evitando di ritoccare lo sconto ai librai, cosa che ha permesso solo alle catene, che hanno ben di più di uno scarso 30% di ricarico, di poter partecipare a una festa da cui molti sono stati esclusi a loro insaputa, dato che il tutto è apparso chiaro solo con l’uscita del libro. Adesso, proteste o non proteste (vedi ad esempio la lettera a Carofiglio dell’Alsi, l’Associazione dei librai indipendenti sardi), la cosa si è ripetuta con 1Q84 di Murakami.

E ai lettori, noi, cosa dovremmo dire? Ben poco. Però, potremmo buttargli lì un concetto: non solo c’è 1Q84 che loro possono acquistare a 15 invece che a 20 euro, ma ci sono un sacco di altri libri, che vengono fatti uscire senza particolari strategie di lancio e che vengono messi a 18, 20, 22 euro quando potrebbero costarne (come prezzo di copertina intendo!) 12, 13 o 15; e sarebbe già tanto. E poi potremmo dirgli anche un’altra cosa. Che noi (e tanti come noi), quando facciamo le vetrine, quando scegliamo i titoli uno a uno, senza agenti o automatismi vari, non pensiamo a quello che “va sul mercato”, ma a quello che piace ai lettori che ci frequentano. Abbiamo venduto molte ma molte più copie della Rivoluzione del filo di paglia di Masanobu Fukuoka che di Cotto e mangiato di Benedetta Parodi. Ecco: da noi si trovano meno sconti, ma più rispetto. Questo è il nostro 15% su tutti i titoli. E non sono cose da ignorare.

Come definiresti una libreria indipendente?

È una domanda più complessa di quanto si può pensare. La prima risposta, quella che mi verrebbe di getto, sarebbe di dire: libreria indipendente non vuol dire niente, è un termine che mi sta antipatico, è un termine abusato. Noi siamo una libreria “normale”, questo vorrei dire. Facciamo parte dei normali. Poi ci sono gli editori che fanno anche i distributori e i librai, come Mondadori, Giunti o Feltrinelli; quelli che fanno i grossisti e i librai, come Fastbook-Ubik, o quelli che non paghi di supermercati e ipermercati aprono anche librerie, come la Coop. Non si tratta solo di essere una catena o un franchising. Si tratta di concentrazioni di potere. E, questo, mentre tutti quegli altri, i librai normali, lavorano in maniera normale e hanno normali rapporti con case editrici e distributori o grossisti; e se per caso si mettono a fare anche gli editori o a vendere i propri libri on-line lo fanno spesso a costo di fatiche raddoppiate. Di certo tra questi normali ve ne sono di più o meno indipendenti. Indipendente è una parola, ma le situazioni sono tante. E se questa parola dobbiamo usarla solo per definire in generale le librerie non di catena, tanto vale dire semplicemente che, appunto, “non sono di catena”; tanto più che molte di esse sono in realtà alquanto “dipendenti”, se si guarda la faccenda dal punto di vista dei conti da far quadrare a fine mese!

Se le librerie indipendenti fossero solamente quelle “non di catena” sarebbe inutile impostarci sopra un qualunque discorso culturale. Se un libraio sceglie i titoli solo badando a novità e classifiche, se lascia carta bianca agli agenti, se si stipa il negozio di paccottiglie commerciali solo per il fatto che gli vengono proposte con un quaranta per cento di sconto, si può dire che egli sia un “libraio indipendente”?

Possiamo dispiacerci molto se per caso è costretto a chiudere, ma non fare grandi battaglie perché questo non avvenga. Direi allora che l’unica maniera di farmi piacere l’uso della parola “indipendente” è di dire che “indipendente” è la libreria che risponde non solo a una logica commerciale (che pure deve essere presente), ma anche a una propria idea culturale, di cui vuole farsi portatrice sul territorio, tra i suoi lettori e anche nei confronti degli editori ed autori. Una libreria di questo genere non può ovviamente essere indipendente nel senso proprio della parola; l’indipendenza indica una libertà nei confronti dell’esterno e noi non siamo botteghe artigiane, ma anelli (più deboli di altri) di una catena. Può però essere “autonoma”: l’autonomia è la capacità di seguire “il proprio nomos”, le proprie leggi, senza disegnare la propria identità su logiche acquisite dall’esterno, importate acriticamente. Una libreria di questo genere rappresenta non solo lo sbocco finale di un ciclo di produzione, ma anche il “filtro” finale di quella produzione: un filtro che può lasciar passare con abbondanza alcune cose e bloccarne altre. In un mondo utopico in cui esistesse solo questo genere di librerie, gli effetti di ritorno che questo stato di cose potrebbe avere sull’editoria si farebbero sentire, eccome. Sembra che oggi gli editori (e, ovviamente, mi riferisco soprattutto ai più grandi) abbiamo perso la capacità perseguire un progetto culturale che ne conformi l’identità e che sia in grado di avere una qualche influenza sulla società. L’impressione è che sparino nel mucchio, sapendo che quel colpo che andrà a bersaglio dovrà ripagare le tante pallottole sprecate per mancanza di mira. I libri in uscita ogni anno sono infiniti; pochi se ne salvano e quasi tutti scadono con la velocità di uno yogurt; quasi tutti costano di più di quel che dovrebbero. I librai, dal canto loro, sono parte di questo flusso, sono costretti a cicli di rotazione altissimi e a un aggiornamento continuo che fa di essi persone non più colte e informate, ma forse solo un po’ più stressate. In un mondo ideale, o se vogliamo in un’Italia ideale, in cui i librai fossero tutti autonomi e non avessero alcun Leviatano che gli fiata sulle spalle, questa produzione saturata e saturante di libri verrebbe rimbalzata al mittente, che si troverebbe costretto a cambiare sua rotta, a rallentare la catena di montaggio per ricercare la qualità; anzi, anche solo per fare ricerca, una cosa che dovrebbe essere vitale per un editore e appare invece un orpello fuori moda.

Ci sono in Italia organizzazioni associazioni, strutture dedicate alle librerie indipendenti?

L’unica che conosciamo direttamente è l’ALI, l’associazione di categoria ufficiale dei librai indipendenti, ma sappiamo che in Italia sono nate alcune esperienze associative che generalmente mettono assieme librai indipendenti con piccoli-medi editori di proposta e che partono dai primi, come LiberiLibrai o l’Associazione dei Librai Sardi, oppure dai secondi, come il gruppo dei Mulini a Vento. Un po’ di tempo fa era nato a Torino il progetto SlowBook, di cui invito a leggere il programma , che mi pare molto interessante, anche se sinceramente non so che seguito abbia al momento attuale. Non so in quale misura organizzazioni di questo genere possano essere di supporto ai librai indipendenti. Rappresentano tutte occasioni per uno scambio di idee e informazioni, o per creare momenti di sensibilizzazione; ma poi, ognuno torna nella sua libreria e continua a lottare come prima con la concorrenza sleale degli sconti, gli affitti troppo alti, le condizioni dei distributori. Qualunque nuova iniziativa di questo genere non deve cercare semplicemente di “fare rete” tra le librerie indipendenti, ma deve tentare coinvolgere librai, editori, autori e lettori per inventare qualcosa di nuovo. Il commercio equo-solidale, i gruppi d’acquisto, i prodotti a chilometro-zero: e se queste esperienze, rivedute e corrette, potessero finire anche nel mondo dei libri e delle librerie indipendenti?

Che cosa ti piacerebbe che fosse la tua libreria?

Da quello che ho raccontato sino ad ora penso sia emerso abbastanza chiaramente come abbiamo inteso e continuato a intendere la nostra libreria, Il terzo luogo. Se dovessi aggiungere qualcosa su “cosa mi  piacerebbe che fosse” direi semplicemente questo. Vorrei che fosse il lavoro di una vita. Vorrei che mio marito Alessandro, che è il titolare, potesse scrivere sulla sua carta d’identità “libraio”. E che al Terzo luogo ci festeggiasse la pensione. Siamo una libreria TQ. Siamo librai parte di una generazione saltata, di una generazione annichilita dal termine; una generazione che, forse, ha meno competenze di quelle che avrebbe sviluppato se gliene fosse stata data la possibilità a tempo debito, ma che ha un patrimonio di umanità e conoscenza che non può essere continuamente umiliato, e deve essere tenuto in vita, pena l’estinzione del futuro. Per questo non chiediamo altro che di poter continuare quello che stiamo facendo.

Chi cazzo te l’ha fatto fare di fare il libraio?

E a te di fare lo scrittore? Adottiamoci!

Bentroncato Marx – II Parte

Sapevamo che Diego Fusaro non avrebbe mancato di raccogliere il guanto della sfida filosofica lanciata in questo blog. Dispiaciuto per non essere riuscito a incontrare i propri lettori (ma “nemo ad impossibilia tenetur”), ci regala tuttavia una sollecita e articolata risposta alla recensione critica presentata nel post precedente. Buona lettura!

Ho letto con grande piacere la recensione critica del mio “Bentornato Marx!” comparsa sul vostro blog e sarò lieto di rispondere, secondo l’antica prassi socratica del “logon didonai”. Anzitutto, ringrazio vivamente Stefano Franchini. Lo ringrazio in primo luogo per aver criticato il libro DOPO averlo letto (cosa piuttosto rara, devo dire: sto ricevendo critiche a priori da molta gente che nemmeno s’è degnata di leggere il libro…) e, in secondo luogo, per aver dato vita a un possibile dibattito su (e a partire da) Marx, cosa – anche questa – non così frequente negli ultimi tempi, avvelenati da dibattiti sul berlusconismo e affini, rispetto ai quali viene naturale rimpiangere le dispute teologiche sulla presunta sessualità degli angeli. Risponderò quindi – telegraficamente e impressionsiticamente – alle critiche di Franchini, il quale scrive: “le recensioni si  dividono sostanzialmente in due campi: i lettori dalla preparazione filosofica medio-bassa, entusiasti della pubblicazione, e i lettori dalla formazione marxista più solida, assai critici verso il libro di Fusaro”. Chiederei a Franchini di portare esempi concreti, perché mi pare che questa sua affermazione perentoria sia infondata. Le recensioni che ho avuto – a partire dall’entusiastico paginone su Tuttolibri di La Stampa scritto da Gianni Vattimo (a torto o a ragione considerato il più grande filosofo italiano vivente) – scritte da gente competente sono tutte positive. In ambito accademico – e dunque presso i competenti – il libro ha avuto una buona ricezione. Anche presso il grande pubblico (su questo ha ragione Franchini). Lo stesso Costanzo Preve, il massimo allievo di Marx oggi vivente, ha apprezzato il libro, a cui pure ha mosso delle ragionevolissime critiche. A chi non è piaciuto allora il libro? Ai vetero-marxisti, ai vecchi “credenti” nel verbo marxista, a coloro che continuano a vedere in Marx un “papa rosso” infallibile e nel marxismo la necessaria e coerente prosecuzione del suo progetto. Materialisti che sembrano avere anche la mente saturata dalla materia, per riprendere la formula di Platone nel Sofista. A costoro un libro come il mio, che mostra l’idealismo di Marx, il suo non-marxismo, il suo essere filosofo dalla culla alla tomba e pensatore delle libere individualità non poteva (né voleva!) piacere. Lo si sapeva già in anticipo, del resto. Un professore di Roma ha addirittura risposto al mio libro, con un video che trovate su Youtube, con la bandiera dell’Unione Sovietica che campeggiava dietro di lui… che dire? Non c’è veramente nulla da aggiungere. Non mi piace autodefinirmi, ma mi vedo costretto a farlo: a me interessa la filosofia, ossia quella pratica veritativa fondata sul prodotto più autentico della democrazia ateniese (il dia-logo socratico) e nella quale includo lo stesso Marx, con buona pace dei vecchi marxisti nichilisti per cui la verità è un’ideologia borghese ed è giusto e vero solo ciò che proviene dal (o è detto in nome del) proletariato. Questo pessimo sociologismo nichilistico, che degrada la filosofia a “lotta di classe nella teoria” (Althusser), è del tutto estraneo al mio orizzonte di pensiero. In questo – e lo rivendico con orgoglio – non sono marxista. Scrive Franchini: “la cosa mi ha stupito parecchio, non trovo un titolo a mio avviso fondamentale, Operai e capitale di Mario Tronti, Einaudi 1966, una delle trattazioni di Marx più originali, potenti ed efficaci prodotte dal marxismo italiano”. Franchini ha perfettamente ragione, e mi scuso per la mancanza, dovuta – banalmente – a una mia dimenticanza quando ho redatto la bibliografia. Va però detto che discuto di Tronti e dell’operaismo italiano (da Panieri a Negri) nell’ultimo capitolo del libro.  Scrive Franchini: “Mi sembra che l’autore fatichi a cogliere lo spirito con cui Marx si stacca dalla filosofia hegeliana (e dalla carriera accademica), per elaborare e dare alla classe strumenti di lettura e lotta”. Questo passaggio denota l’incomprensione (nella migliore delle ipotesi!) o la libera distorsione (nella peggiore) del mio discorso teorico. In “Bentornato Marx!” mostro come Marx sia rimasto, volens nolens, hegeliano per tutta la vita. Lo sesso passaggio dalla filosofia alla scienza è un  passaggio – del tutto hegeliano e fichtiano, si badi bene! – dalla filosofia alla “philosophische Wissenschaft”, ossia alla scienza filosofica della Totalità. “Ein Triumph der deutschen Wissenschaft”, “un trionfo della scienza tedesca”: così Marx definirà Das Kapital. E  allora? Dove sta l’abbandono di Hegel? Dove la “rottura epistemologica” di althusseriana memoria? Invito pertanto Franchini a rileggere i passaggi del mio libro – argomentati con lettere autentiche di Marx! – in cui si dice questo. L’hegelismo radicale di Marx è per me evidente e innegabile, e l’ho argomentato. Aspetto che mi si argomenti il contrario, senza citare la banale e sciocca distinzione tra “metodo rivoluzionario” e “sistema conservatore” in Hegel, poiché – lo sanno anche i bambini – la dialettica hegeliana è unità inscindibile di metodo, sistema e valutazione assiologica. Su questo non ho altro da aggiungere, avendo già detto nel libro quel che avevo da dire circa l’hegelismo di Marx. Direi anzi che Marx è una nota a pie’ di pagina della dialettica servo/signore della “Fenomenologia dello Spirito”. Scrive Franchini: “A chi parla il libro? A chi serve? Quali sono i destinatari principali?” Giusta domanda. Parla all’uomo contemporaneo, che vuole tornare a leggere Marx in un’epoca di totale Marx-fobia e che, magari, desidera conoscere le contraddizioni del capitalismo globale, magari provando anche a pensare a un mondo diverso (il “sogno di una cosa” di cui diceva Marx). Non è certo rivolto alle irrecuperabili tribù settarie, identitarie e nostalgiche dei marxisti, di cui spero  vivamente che Franchini non faccia parte (ancorché dal timbro della sua recensione lo si potrebbe legittimamente  inferire). Lo ripeto: non mi importa assolutamente di “piacere” ai marxisti di ieri e di oggi e al loro sociologismo. Non sono un intellettuale organico né voglio esserlo, perché l’organicità equivale alla rinuncia al libero pensiero filosofico (ricerca della verità) e l’assunzione del codice ideologico di legittimazione del partito (elaborazione di quadri ideologici per il partito, che ha sempre ragione). Il mio è un libro di filosofia, né più e né meno. Mi si accusi pure di intellettualismo, accademismo, “filoficismo”, “idealismo”, ecc., secondo il classico modus operandi del comunismo storico novecentesco.  Scrive Franchini: “Il primo punto forte della lettura proposta da Fusaro è la critica alla “rottura epistemologica” proposta da alcuni importanti autori e che Fusaro nega. Questo punto è il baricentro filosofico del libro, il suo principale vulnus a mio avviso. Il pensiero di  Marx, per Fusaro, sarebbe unitario, avrebbe delle costanti di fondo, ossia l’impianto filosofico futuro-centrico e la onnipresenza della speranza, dell’idea di miglioramento storico-sociale”. Verissimo, per me non vi è alcuna “rottura epistemologica” (e concordo in questo con Bloch, Lukàcs e Preve, autori altrettanto autorevoli rispetto all’Althusser sacralizzato da Franchini). Da come la mette Franchini, però, la mia argomentazione appare come una pura pazzia: Marx spera nel futuro, quindi è unitario. Non ho mai detto una simile sciocchezza. Anche qui, incomprensione del mio testo o volontà di mistificare? Il mio argomento, in estrema sintesi, dice questo: la categoria di ALIENAZIONE permane nel discorso di Marx anche nei testi della maturità (con buona pace di Althusser e della sua scuola, che per tenere la “rottura” si vedevano costretti a dire che nel Capitale “alienazione” significa una cosa diversa…); l’hegelismo di Marx permane continuamente nel discorso di Marx, così come il suo idealismo radicale; ancora, la critica demistificante rivolta alla società borghese-capitalistica è la cifra unitaria del discorso marxiano. Certo che Marx matura, cambia prospettive, ma allora di Marx ce ne sarebbero centomila, poiché Marx è un cantiere aperto. Vi è però una continuità di fondo, a cui è bene attenersi.  Scrive Franchini: “Noi invece (anche in questo completamente d’accordo con l’analisi di Tronti) aderiamo in toto all’idea dei due Marx”. Bene. Sarei però curioso di sapere perché. Il perché sia infondata tale teoria, l’ho detto. Sarei ora curioso di sentire le obiezioni di Franchini sul problema dell’alienazione, dell’hegelismo, della critica, ecc.  Scrive Franchini: “Fusaro trae questa sedicente “prova” dell’unitarietà del pensiero marxiano dal Libro terzo del Capitale, p. 933, “Regno della libertà””. A me pare invece una prova inconfutabile, a cui se ne potrebbero aggiungere molte altre. Ma su questo credo che Bloch abbia già detto tutto. Intelligenti pauca. Scrive Franchini: “Marx sarebbe diverso dal marxismo successivo. A me sembra la tesi di un’esegesi impaurita, nella quale il pensiero liberale si è radicato così in profondità da temere di trarre tutte le conclusioni dal discorso marxiano”. Che Marx sia diverso dal marxismo successivo (cosa peraltro ben tematizzata anche da Rubel e da Preve) è evidente e solo un pazzo lo negherebbe. In due parole, si leggano i testi di Marx: cantieri aperti, non sistematici, critici, proteiformi, antiiideologici; si leggano i testi del marxismo successivo, da Kautsky a Lenin fino a Stalin e Mao: iperdogmatici, sistematici, ideologici (nuovo oppio del popolo), ecc. In “bentornato Marx!” ho dedicato almeno 30 pagine alla dimostrazione dell’alterità di Marx rispetto al marxismo successivo, credo possano bastare. Qui si vede quanto sia ideologica la posizione di Franchini (veteromarxista?), che vede infiltrazioni borghesi e liberali ovunque, sempre pronte a intaccare la purezza marxiano/marxista originaria. Fino al paradosso dei leninisti che recentemente – spero non faccia così anche Franchini, perché la sua intelligenza ne uscirebbe compromessa – mi hanno accusato di essere un committente “pagato” dalla classe borghese. Questa è quella che, col grande Lukàcs, potremmo definire la “distruzione della ragione”!   Scrive Franchini: “Per questo gli interpreti a mio avviso più acuti del Novecento (Althusser appunto, ma anche Tronti), fanno riferimento principalmente al Marx maturo e in primis al Capitale, perché ciò fornisce un sistema molto meno falsificabile di qualunque collage tratto dagli scritti di Marx”. Al di là dell’insistenza compulsava su Althusser e Tronti (che per me sono, insieme a Negri, due degli interpreti più deboli di Marx dal tempo di Kautsky ad oggi, proprio perché tentano acrobaticamente di superare la forma-filosofia), rifiuto in partenza il discorso (popperiano!) della falsificabilità del pensiero di Marx. Come quello di Hegel e di Fichte, il pensiero filosofico di Marx non è falsificabile e dunque – ben venga! – non è scientifico nel senso delle scienze naturali. È una scienza filosofica (lo ripeto ad nauseam). Concediamo pure ad Althusser che Marx vada valutato a partire da Das Kapital (anche se trovo sconcertante lo scarso peso che Althusser e la sua scuola attribuiscono ai testi giovanili di Marx!): che co’sé Das Kapital se non un testo IPER-HEGELIANO, in cui il capitale viene studiato come Begriff secondo le categorie della hegeliana “Scienza della logica”? Lo studio sulla merce con cui si apre il primo tomo – e che Althusser, guarda caso, invitava a non leggere!!! – sono appunto l’applicazione dell’idealismo di Hegel al nuovo oggetto di studio, il modo di produzione capitalistico.  Scrive Franchini: “La vera e propria trinità marxista, sia del marxismo successivo a Marx sia di Marx stesso (e lo dimostra proprio la sua biografia, la sua persona) è costituita: dal Padre, la classe operaia (cui Marx, in un certo senso, per le condizioni di vita in cui versava la sua famiglia, può tranquillamente essere ascritto), dal Figlio, l’organizzazione politica (Marx fu dirigente dell’Internazionale e suo fondatore), e dallo Spirito Santo, la teoria operaia (che Marx fonda). Senza tenere insieme questi tre theologoumena marxiani non c’è sicuramente alcun marxismo, ma nemmeno alcun Marx. Dividendo Padre, Figlio e Spirito Santo marxisti, Marx diventa un filosofo da manuale, oppure un politico internazionalista, oppure un semplice intellettuale proletarizzato e risentito.” Non condivido per niente questa analisi e mi dissocio vivamente. Marx è un filosofo della storia – hegeliano e fichtiano – che applica la dialettica hegeliana a un nuovo oggetto (il modo di produzione capitalistico) e che ne studia le contraddizioni in modo da coglierne il processo che lo porta alla Aufhebung, vedendo nella classe operaia il soggetto storico fondamentale (gli eroi storici di Hegel diventano il proletariato di Marx, che con la rivoluzione apre allo spirito del mondo che, già mutato in profondità, bussa alle porte per emergere in superficie). La filosofia resta l’asse portante del discorso di Marx, che piaccia o no. Il comunismo è definito “movimento reale” (wirkliche Bewegung) proprio perché inteso come processualità operante, come movimento storico in corso. Non siamo al cospetto di una filosofia della storia? Oltre che in “Bentornato Marx!”, ho insistito su questo punto nell’introduzione al “Manifesto” marx-engelsiano da me curato (Bompiani, 2009). So bene che Franchini risponderà stizzito a queste mie argomentazioni, incompatibili con ogni visione marxista classica. D’altra parte non esito a dire, con Marx stesso: “tutto quel che so è che io non sono marxista”. Il mio codice di pensiero è un altro, è quello dell’idealismo tedesco di Fichte, Hegel e Marx, di quell’idealismo di cui il marxismo ha sempre avuto paura, liquidandolo stupidamente come “filosofia reazionaria” e “borghese”. Con Rousseau, preferisco essere un uomo dei paradossi piuttosto che dei pregiudizi.

Diego Fusaro

Bentroncato Marx

Forse qualcuno di voi si ricorda che tra gli ospiti invitati dalla nostra libreria in occasione della rassegna sarzanese Libri per strada (29 maggio-6 giugno 2010) c’era anche Diego Fusaro, autore del saggio filosofico “Bentornato Marx!”. Forse qualcuno di voi sa anche che l’incontro con lo studioso, che si doveva tenere domenica 30 alle ore 11.00, è saltato all’ultimo momento per un problema di salute del nostro ospite. Qualcuno si sarà recato all’incontro di domenica, apettando invano (insieme a noi) che il filosofo si manifestasse. Altri avranno letto le righe della stampa locale dove, con puntuale sollecitudine, si dava notizia del “flop” che avrebbe aperto le manifestazioni della domenica. (E qui apro una parentesi lessicale. Senza dubbio, il termine”flop” , con quel suo effetto lievemente ridicolizzante, deve dare un certo gusto a chi lo impieghi in uno scritto all’indirizzo di qualcosa o qualcuno; tuttavia, indicando esso un “fiasco”, ossia un insuccesso di un prodotto commerciale o di uno spettacolo, il suo impiego per descrivere un incontro saltato risulta quantomeno curioso. Insomma, come a dire, se la ragazza che hai invitato a uscire non si è presentata all’appuntamento sarebbe improprio affermare che hai “fatto cilecca”…).

Qualcuno ci ha chiesto se l’incontro sarebbe stato rimandato di qualche giorno. Abbiamo risposto che non era certo possibile sconvolgere il calendario di Libri per strada, ma che, visto l’interesse suscitato dall’argomento, avremmo provveduto a organizzare la presentazione nella nostra libreria.
Adesso che la manifestazione si è chiusa e che alcuni giorni di decompressione sono passati, possiamo dire che, per una serie di considerazioni, non riorganizzeremo un altro incontro con l’autore di “Bentornato Marx!”

Ci scusiamo dunque con quanti avrebbero gradito sentir parlare di questo libro e incontrarne l’autore. Possiamo tuttavia proporre una compensazione, offrendovi qui di seguito l’estesa e ragionata recensione a “Bentornato Marx!” preparata da Stefano Franchini per l’incontro con Diego Fusaro. Stefano, oltre che persona di grande valore e ottimo amico, è studioso di teologia politica, traduttore dell’opera di Freud ed esperto del pensiero marxiano (una sua monografia sul Capitale uscirà per Einaudi). La sua visione dell’opera di Marx e quella proposta da Diego Fusaro sono in molte parti discordanti e, a dimostrazione di quanto la discussione sul pensiero di Marx possa essere ancora aperta e viva, avremmo voluto costruire la presentazione del libro nella forma di un dibattito filosofico. La recensione di cui si dà qui il testo solleva diversi punti, cui speriamo Diego Fusaro abbia voglia e modo di rispondere attraverso questo blog.

Diego Fusaro, Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario, Bompiani 2009

Alcuni cenni sull’autore

Fusaro è autore di una grande e apprezzata opera di divulgazione del pensiero filosofico dalle pagine online di “filosofico.net”, che ormai è diventato un riferimento obbligato sul web per quanto riguarda l’introduzione ai grandi filosofi e ai principali sistemi di pensiero. L’autore ha inoltre al suo attivo, nonostante la giovane età, parecchie pubblicazioni di autore antichi a lui cari, penso a Epicuro e Democrito, e di testi di Karl Marx (mi riferisco alla serie di testi marxiani curati per Bompiani). Bentornato Marx! non nasce quindi nel vuoto pneumatico, ma da una solida preparazione filosofica e da un’ampia conoscenza della materia trattata. Il grande talento divulgativo di Fusaro, con il suo stile impeccabile, con la sua chiarezza espositiva che definirei “cartesiana”, rappresenta certamente il punto di maggior forza dell’autore, ma anche, e lo vedremo, il principale limite di Fusaro, perché la trattazione, in particolare nel libro che oggi presentiamo, manca forse della dovuta originalità interpretativa.

Alcuni cenni generali sul libro

Prima di acquistare un libro, sono solito leggere qualche recensione comparsa non tanto sulla stampa specialistica, ma sui siti popolari che vendono il libro stesso. Nel caso di Bentornato Marx! ho notato che le recensioni si dividono sostanzialmente in due campi: i lettori dalla preparazione filosofica medio-bassa, entusiasti della pubblicazione, e i lettori dalla formazione marxista più solida, assai critici verso il libro di Fusaro.

Le loro critiche si appuntano quasi sempre sulla netta divisione, postulata da Fusaro, tra Marx e il marxismo successivo. I recensori affermano giustamente che molte questioni sollevate da Marx e lasciate irrisolte sono state riprese dai marxisti del Novecento in dialogo continuo con Marx: la teoria del valore, della pauperizzazione, della progressiva polarizzazione sociale, dell’aristocrazia operaia e del suo ruolo nella lotta di classe, del ruolo dello Stato, della violenza politica, della diminuzione del saggio di profitto ecc. ecc. Questi temi mancano nel libro di Fusaro perché la sua impostazione è principalmente filosofica. In Marx, però, specie nell’ultimo Marx, dicono i critici legittimamente, filosofia e teoria economico-sociale non si possono separare troppo nettamente, si compenetrano in profondità. In qualche modo, l’approccio filosofico a Marx si attira naturaliter questo tipo di critica, in qualche misura “se la merita”, non potrebbe essere diversamente, proprio per aver preferito un taglio storico-filosofico centrato su Marx e non sul marxismo.

Del resto, molte delle questioni che l’autore non tratta nel volume sono rimaste irrisolte dopo aver provocato la nascita di scuole, fazioni, correnti teoriche ecc., dentro e fuori dal marxismo. Questo perché Marx, il “cantiere aperto” (come dice giustamente Fusaro), è un filosofo del conflitto, che usa la dialettica hegeliana, ma genera anche dialettica. In fondo, la polverizzazione della Sinistra europea attuale che altro è se non l’ultimo, definitivo, tombale esito di quella possente dialettica indotta da Marx e fatta propria dai marxisti?

Io, invece, in questa sede, vorrei leggere e criticare Bentornato Marx! Sul piano filosofico, sulla sua impostazione di fondo, e non per quello che nel libro manca.

Avvertenze alla lettura

Questo libro, come ho già anticipato, merita di essere acquistato, letto e consultato spesso, perché è scritto benissimo, con uno stile chiaro e accessibile. Rappresenta un’introduzione esaustiva, una panoramica abbastanza completa sulle tematiche e sullo sviluppo del pensiero di Marx, scritta da un punto di vista apparentemente molto distaccato, oggettivo, scientifico. Questo taglio divulgativo e “distaccato”, se da un lato induce a pensare che libro possa essere adottato in molti corsi universitari, rischia tuttavia di essere fuorviante per il lettore, senza essere accompagnato da alcune avvertenze sull’impianto generale, fortemente soggettivo, che lo regge. Qui vorrei esporre alcune di queste avvertenze, puntando l’attenzione su alcune criticità filosofiche e metodologiche che rendono il libro difficilmente digeribile per il lettore smaliziato.

Infine, il volume è dotato di un ottimo apparato bibliografico, davvero molto ampio e completo, dove tuttavia, e la cosa mi ha stupito parecchio, non trovo un titolo a mio avviso fondamentale, Operai e capitale di Mario Tronti, Einaudi 1966, una delle trattazioni di Marx più originali, potenti ed efficaci prodotte dal marxismo italiano. Partirei da questa constatazione per esporre le mie avvertenze di lettura, in una sorta di raffronto continuo con il libro di Tronti.

1)      Fin dall’immagine di copertina, sicuramente utile a livello di strategie di marketing editoriale, e dal titolo si nota che abbiamo a che fare con un Marx “simpatico”, “addomesticato”. Lo definirei quasi un Marx castrato, svirilizzato, in contrapposizione appunto al Marx politico, sprezzantemente sagace, al Marx avanguardista e sperimentale di Mario Tronti. Mi sembra che l’autore fatichi a cogliere lo spirito con cui Marx si stacca dalla filosofia hegeliana (e dalla carriera accademica), per elaborare e dare alla classe strumenti di lettura e lotta. Per semplificare e rendere con un’immagine vivida il mio pensiero: se Operai e capitale di Tronti era un libro-“fucile”, Bentornato Marx! è un libro-“soprammobile”, da avere necessariamente sullo scaffale di casa, da consultare di frequente, utilissimo dunque, ma del tutto privo dell’aspetto pratico-operativo, ossia politico, conflittuale, che muove Marx e la letteratura marxista più celebre.

A chi parla il libro? A chi serve? Quali sono i destinatari principali? Con un accento polemico, si potrebbe dire che il volume serve forse ad ampliare l’orizzonte spirituale del singolo e il “bagaglio culturale” dell’individuo contemporaneo, facendo conoscere il pensiero di Marx, forse (e a Fusaro lo auguro di cuore) serve anche all’avanzamento accademico dell’autore, perché è scritto con tutti i crismi del rigore formale, ma non serve certo all’avanzamento sociale dei suoi lettori. E questo è il punto più delicato: mi sembra che, per una “rinascita di un pensiero rivoluzionario”, come dice il titolo, non bastino degli approcci sterilizzati, iper-corretti, in fondo accademici, buoni negli ambienti ovattati dell’università o nei salotti del pensiero politicamente corretto, ma totalmente inefficaci nella sala-macchine della società, dove solitamente covano le rivoluzioni. Che il marxismo di Marx e quello successivo siano teorie del conflitto, è un aspetto che nel libro appare diluito, secondario, mentre la dialettica marxiana significa proprio scontro epocale, conflitto, violenza organizzata.

Ricordo, in proposito, che all’inizio degli anni Ottanta, mi sembra fosse il 1981, anni caldissimi dal punto di vista politica, quando Craxi si apprestava a diventare segretario del Partito socialista italiano, mutandone completamente gli indirizzi ideologico-politici, Eugenio Scalfari scrisse un bell’articolo sulla Repubblica intitolato “La barba di Marx”, nel quale si sosteneva che Craxi fosse il personaggio più adatto a “fare la barba” a Marx, ossia a espungere dal marxismo i tratti rivoluzionari. Tutto ciò servì allora alla nuova collocazione del socialismo craxiano e in seguito del comunismo berlingueriano e servirà poi ai post-comunisti per rifarsi una sorta di verginità liberale. Specularmente, e con un parallelo forse azzardato, ma non del tutto fuori luogo, si potrebbe dire che questa ampia e scorrevole presentazione offerta da Fusaro tagli la barba a Marx come il socialismo liberale ha tagliato la barba al comunismo rivoluzionario.

2)     Il primo punto forte della lettura proposta da Fusaro è la critica alla “rottura epistemologica” proposta da alcuni importanti autori e che Fusaro nega. Questo punto è il baricentro filosofico del libro, il suo principale vulnus a mio avviso. Il pensiero di Marx, per Fusaro, sarebbe unitario, avrebbe delle costanti di fondo, ossia l’impianto filosofico futuro-centrico e la onnipresenza della speranza, dell’idea di miglioramento storico-sociale, del progresso. Verrebbe da chiedersi: quale pensatore politico non è sempre mosso da una visione futuro-centrica e fondata sulla speranza?

Tuttavia, mi sembra che schiacciare Marx sulla filosofia, dire che Marx è stato principalmente filosofo, sarebbe come dire (permettete il paragone) che Hitler è stato principalmente un pittore! Mi sembra un approccio banale, rispetto alle costruzioni ben più imponenti di Althusser e Balibar.
Fuorviante, anzi, del tutto sbagliata è l’unica prova addotta per demolire la “rottura epistemologica” di Althusser, che vede un Marx a due tempi, il giovane Marx umanista e filosofo impregnato di hegelismo e il Marx maturo, economista politico. Noi invece (anche in questo completamente d’accordo con l’analisi di Tronti) aderiamo in toto all’idea dei due Marx.

Fusaro trae questa sedicente “prova” dell’unitarietà del pensiero marxiano dal Libro terzo del Capitale, p. 933, “Regno della libertà”. Ma questa prova non è valida per tre motivi: in primo luogo dal punto di vista strettamente filologico: non considera il testo originale, non menziona il fatto che il terzo libro, da quanto si apprende dai recenti volumi editi della MEGA, ha subito pesantissimi rimaneggiamenti redazionali da parte di Engels e tutto il canovaccio versava in uno stato di totale provvisorietà redazionale. In secondo luogo, dal punto di vista metodologico: non si fonda una tesi così importante per tutti il libro, direi il suo baricentro, su una citazione di tre parole che ricorre a pagine 933 del III libro del Capitale, ossia dopo circa 2500 pagine di serrate analisi teoriche. In terzo e ultimo luogo, e questa è la mia critica più sostanziale, dal punto di vista contenutistico: qui o abbiamo a che fare con una distrazione, una svista o un semplice errore interpretativo, o con un pregiudizio, una malafede. Infatti, l’unica citazione che Fusaro porta a sostegno della sua debolissima tesi è strappata dal contesto originario e ricollocata in un orizzonte che non le è proprio.

Marx qui non parla della società o della storia, ma della giornata lavorativa. Se togliamo questo puntello, l’impianto “continuista” di Fusaro crolla sotto il peso dei suoi errori (o pregiudizi) esegetici. Il regno escatologico della libertà non c’entra nulla, come non c’entra nulla, in questo passo marxiano, la speranza futuro-centrica. Qui c’è riassunta la necessità di portare avanti con ogni mezzo la battaglia sindacale e politica per la legislazione sul lavoro e la riduzione del regno della necessità quotidiana a favore del regno della libertà quotidiana. Paradossalmente, abbiamo a che fare con uno dei passi più “esistenzialistici” di Marx.

3)      Altro punto forte dell’esposizione e altra tesi controversa del volume di Fusaro: Marx sarebbe diverso dal marxismo successivo. A me sembra la tesi di un’esegesi impaurita, nella quale il pensiero liberale si è radicato così in profondità da temere di trarre tutte le conclusioni dal discorso marxiano. Certo, nel marxismo ci sono dogmatismi, errori d’interpretazione, forzature, come in ogni altro sistema ideologico. Ma non mi sembra sufficiente liquidare Lenin con le parole di p. 28 . Nessuno va a fare la guerra (o la rivoluzione) se non ha una cieca fiducia nel suo fucile e nel fatto che, quando necessario, sparerà.

Marx in realtà è come la Bibbia: possiamo giustificare tutto e il contrario di tutto richiamandosi a esso, come in effetti è avvenuto. Per questo gli interpreti a mio avviso più acuti del Novecento (Althusser appunto, ma anche Tronti), fanno riferimento principalmente al Marx maturo e in primis al Capitale, perché ciò fornisce un sistema molto meno falsificabile di qualunque collage tratto dagli scritti di Marx. La “rottura epistemologica” che Fusaro nega in maniera così debole è in realtà l’unico puntello per sostenere la tesi di Fusaro, precedentemente esposta, che il marxismo è qualcos’altro rispetto a Marx: è solo attingendo in modo opportunistico e contingente all’intero corpus marxiano che si è potuto “falsificare” Marx!

4)     
La vera e propria trinità marxista, sia del marxismo successivo a Marx sia di Marx stesso (e lo dimostra proprio la sua biografia, la sua persona) è costituita: dal Padre, la classe operaia (cui Marx, in un certo senso, per le condizioni di vita in cui versava la sua famiglia, può tranquillamente essere ascritto), dal Figlio, l’organizzazione politica (Marx fu dirigente dell’Internazionale e suo fondatore), e dallo Spirito Santo, la teoria operaia (che Marx fonda). Senza tenere insieme questi tre theologoumena marxiani non c’è sicuramente alcun marxismo, ma nemmeno alcun Marx. Dividendo Padre, Figlio e Spirito Santo marxisti, Marx diventa un filosofo da manuale, oppure un politico internazionalista, oppure un semplice intellettuale proletarizzato e risentito.

5)      E questo si vede già dal titolo, che potrebbe suonare in modo arrogante a certe orecchi. “Rinascita” del pensiero marxiano: ma rinascita per chi? Forse per i professori universitari e i deboli-pensatori, i postmodernisti, gli esistenzialisti, gli ermeneutici, i decostruttivisti (e potrei citare decine e decine di intellettuali italiani, ospiti frequenti del talk show), che fin dagli anni Settanta-Ottanta hanno completamente abbandonato il pensiero marxiano per costruzioni più alla moda, spaventati dagli esiti storici prodotti da una applicazione e una lettura del marxismo coerentemente rivoluzionaria. Per loro forse, e forse anche per Fusaro, Marx oggi rappresenta un pensatore di ritorno. Ma per chi ha sempre tenuto fede alla validità dell’impostazione marxiana, pur nella rielaborazione critica dovuta a ogni sistema di pensiero, l’annunciata “rinascita” di Marx diventa quasi un’offesa.

In conclusione, dato che il veleno sta in coda, avanzo la principale avvertenza di lettura, ossia, visti i tempi di crisi che incombono, propongo di leggere in filigrana, sotto l’attuale sottotitolo del libro: “Rinascita di un pensiero rivoluzionario”, un cripto-sottotitolo: Come rifarsi una verginità quando il vento della storia inizia a cambiare ancora una volta direzione.

Buona lettura a tutti!

La Libreria del Mare

AVVISO AI NAVIGANTI

Da qualche giorno la nostra libreria (che è appena nata ma ha tanta voglia di crescere!) ospita nella prima sala una nuova sezione tematica dedicata agli amanti del mare. La nostra piccola “Libreria del Mare” accoglie anzitutto una nutrita serie di titoli di narrativa e diari di viaggio, da Conrad a Larsson, da Odisseo a Moitessier. Poi c’è la manualistica, le guide naturalistiche, la cucina, la storia, gli illustrati…
Se amate il mare e i libri, venite a trovarci e aiutateci coi vostri suggerimenti a rendere la nostra libreria del mare sempre più ricca di titoli e idee!

Un assaggio…
Philip Plisson, “Tagliamare” (Ippocampo
)
« Miglio dopo miglio, la lama d’acciaio incide i mari, tracciando sulla superficie una V infinita… »

Philip Plisson, il mitico fotografo di mare le cui immagini, concepite come dipinti, hanno fatto il giro di tutto il mondo, considera quest’ultima opera come il lavoro più
ambizioso e definitivo della propria carriera. Frutto di una gestazione durata lunghi anni, Tagliamare mette in scena queste figure di prua sbalorditive che fendono l’acqua
senza tregua e introducono con vertigine alla magia del pianeta blu.
Impressionanti sono di certo questi mastodontici cargo o transatlantici da lui chiamati i « titani del mare », ma di ineffabile poesia sono pure le sue riprese delle piccole imbarcazioni, gioielli del mondo peschereccio o delle regate sportive. Dal Queen Mary II all’Amerigo Vespucci, la variegata sfilata dei tagliamare sotto l’obiettivo visionario
di Plisson è il più grande omaggio che si possa rendere all’epico confronto dell’uomo con il mare.

SFOGLIA “TAGLIAMARE” CLICCANDO QUI

Presentazione libro: “Parole sulla punta dei capelli” – ass. Arthena

10 aprile 2010 alle ore 18.30 – l’Associazione Arthena presenta:

Parole sulla punta dei capelli. Atti del Laboratorio di Scrittura Creativa diretto da Angelo Tonelli.

Interverranno i poeti Vasco BARDI, Fabiana DEL BIANCO, Daniela GREMMO, Solange PASSALACQUA, Sandro ZIGNEGO.

Appuntamento a Samarra, John O’Hara

Appuntamento a Samarra_O'Hara

Quando ho iniziato a leggere questo romanzo avevo da subito molte aspettative. “Se volete leggere un libro scritto da un autore che sa esattamente di cosa sta parlando e ne parla meravigliosamente bene, leggete Appuntamento a Samarra di John O’Hara”: questo era il promettente commento scritto da Ernest Hemingway nel 1934 e riportato in quarta nell’edizione di Minimun Fax.

Devo dire che dalle prime pagine sino a quasi una metà del romanzo ho trascinato una lettura offuscata da un senso di delusione. Mi sembrava di leggere una semplice descrizione della società americana all’epoca del proibizionismo, una descrizione brillante ma algida, dove avvenimenti e personaggi si sarebbero potuti aggiungere o levare senza creare cambiamenti sostanziali alla storia. Da un certo punto in avanti, però, ho capito che mi stavo sbagliando di grosso e che tutta la narrazione era concepita come un’impalcatura perfettamente simmetrica e meditata: un’impalcatura che non lasciava nulla al caso, proprio come la storia dell’appuntamento a Samarra della morte con il servo di Baghdad.

La costruzione che O’Hara mette in piedi non è tanto a livello di plot (vengono descritti gli ultimi tre giorni di vita di Julian English: che il protagonista vada incontro alla morte lo si capisce sin da subito, sin dal titolo, e J.E. compie una marcia del tutto lineare verso il suo destino) quanto piuttosto nella costruzione dei personaggi: è come se essi costituissero tante cornici concentriche che si chiudono attorno a J.E. Non è il suo personaggio, infatti, ad aprire o a chiudere il romanzo, e non è nemmeno quello della moglie Caroline: è come se il narratore avesse voluto che il lettore si abituasse da subito a vedere J.E. e le sue vicende con gli occhi degli “altri” e, sempre con gli occhi degli altri, guardasse senza capire l’assurdo compimento del suo destino.

Più ci si avvicina al “nucleo” della storia, costituito dal personaggio Julian English, e più la materia si fa fredda e scostante. Infatti, mentre i personaggi che appartengono alle cornici più esterne, come Lute Flieger, sono dotati di maggiore umanità e di una logica nei comportamenti, non si trova una sola motivazione valida nelle azioni di English, il quale appare un semplice ingranaggio nel meccanismo a orologeria della propria esistenza. Forse la differenza tra J.E. e gli altri non sta tanto nelle qualità del carattere, ma proprio nella particolare prospettiva da cui il narratore lo osserva. E’ come se O’Hara dicesse: se ci guardiamo dall’interno sembriamo tutti umani e padroni del destino, ma se il nostro sguardo diviene esterno e oggettivo – come quello su J.E. – allora vien fuori che tutti ci muoviamo inconsapevoli sulla scacchiera della nostra vita verso la Regina che ci mangerà.

Chiara Lasagni

John O’Hara,  Appuntamento a Samarra (trad. it. Raffaella Lotteri)
Edizioni minimum fax, Roma 2005
isbn 88-7521-075-6


Il terzo luogo